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“Ogni volto che incontro
è il mio…”.
Così, resto appeso
al tuo svanire,
come un riflesso in ritardo.
Lo specchio non trattiene,
restituisce ciò che manca,
una sagoma senza voce
incastrata nel vetro.
Qui la nebbia
impara il mio nome
e lo pronuncia al contrario.
Ogni lettera scivola,
fa acqua,
si rompe in sillabe fredde
che non chiedono perdono.
Provo a toccarmi
e trovo un altro.
Ha la mia stessa crepa
ma un taglio più recente.
Sorride come fanno i vetri
prima di ferire.
Il mondo si sdoppia
in superficie:
sopra, ciò che mostra,
sotto, ciò che insiste.
Cammino sul confine lucido
tra l’andare e il restare,
con passi che non lasciano
impronte, ma graffi.
Ogni ricordo è piatto,
capovolto,
vive di luce presa in prestito.
Se lo fissi troppo
ti fissa lui,
e non abbassa gli occhi.
Capisco allora:
non sono io
che guardo lo specchio,
è lui che mi prova,
mi indossa,
finché divento preciso
quanto basta per sparire.
Quando la nebbia
finalmente
si riflette,
il vetro si oscura.
Quello che resta
non sono io.
È l’errore
che mi somiglia.